Le città polacche raccontano ancora oggi la Guerra Mondiale. Lo fanno con monumenti commemorativi, storie, anche con le facciate dei nuovi edifici sorti sulle ceneri di quelli rasi al suolo.

Percorrendo le mura di cinta che delimitano lo Starego Miasto (centro storico) di Varsavia, potreste imbattervi in una statua in bronzo raffigurante un bambino con indosso un elmo ben più grande della sua testolina e un mitra tra le mani, come quello dei soldati nazisti a cui i polacchi cercavano di sottrarre le armi per utilizzarle nella loro rivolta.

Alle spalle della scultura c’è una placca che recita

Warszawskie dzieci, pójdziemy w bój – za każdy kamień twój, stolico damy krew

Warszawskie Dzieci

che tradotta in italiano suona più o meno così:

“Bambini di Varsavia, andremo in battaglia – per ogni vostra pietra, doneremo il nostro sangue”

Ebbene, quello è il Mały Powstaniec, tradotto letteralmente “il piccolo insorgente“.

Mali Powstaniec, il Piccolo Insorgente di Varsavia Warszawa
Due bambini guardano il Piccolo Insorgente di Varsavia

Tra le fila dell’Armia Krajowa e dei ribelli polacchi che cercavano di liberarsi dalla dominazione nazista, difatti, c’erano anche tantissimi bambini. Il loro contributo non era dato tanto sul campo di battaglia, sia chiaro. I ragazzini venivano utilizzati principalmente con compiti di staffetta e vedetta. Questo però non li ha messi al riparo dalla brutale repressione tedesca: tra gli oltre 200mila polacchi uccisi dopo la ribellione di Varsavia dell’estate del 1944 c’erano anche parecchi bambini o appena ragazzini.

Mały Powstaniec, il Piccolo Insorgente, era uno di questi, in carne ed ossa. Il suo nome in codice pare sia stato “Antek” e – secondo le ricostruzioni – è stato ucciso nell’agosto del ’44 ad appena 13 anni.

La statua è stata progettata dal famoso scultore polacco Jerzy Jarnuszkiewicz, ma è stata completata e presentata solo nel 1983. Il Piccolo Insorgente è dedicato a tutti quei bambini polacchi destinati a restare eternamente tali, uccisi dalla follia criminale di una guerra le cui cicatrici nell’Europa Centrale bruciano ancora oggi.

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